lunedì 28 gennaio 2008

L'ULTIMO NUMERO

Stati Uniti, movimenti all’attacco
su guerra, senzatetto e Katrina

Martino Mazzonis
Columbia (Usa)
Non è un movimento particolarmente forte quello americano. La politica istituzionale è a milioni di chilometri e, parallelamente, ci sono pezzi dei sindacati, degli eletti a livello locale e persino nazionale, che trovano la loro base proprio tra le organizzazioni fortemente radicate sul territorio. Dennis Kuchnich, candidato presidente per i democratici fino a tre giorni fa, deputato a Washington per Cleveland è tra questi. Otto anni di amministrazione Bush, la guerra in Iraq, l’enorme movimento dei latinos e la catastrofica gestione di Katrina a New Orleans hanno contribuito a conettere le centinaia di associazioni che lavorano ai quattro angoli del Paese. Ieri anche gli Stati Uniti hanno partecipato alla mobilitazione mondiale lanciata dai Social forum con appuntamenti a Seattle, San Francisco, New Orleans. Si parlava della guerra, degli homeless, di Katrina.
Nella città distrutta dall’uragano i manifestanti si sono dati appuntamento sotto l’ufficio della senatrice democratica Landrieu per protestare contro le demolizioni. Per la ricostruzione esistono due piani: quello repubblicano è demolire per far investire i giganti del mattone; quello democratico è migliore ma non buono. L’idea è di demolire le case popolari costruendo quelli che vengono definiti quartieri misti. Tutto, naturalmente, senza coinvolgere i cittadini che nelle case popolari vivono – meglio, vivevano. Le associazioni protestano perché ritengono che una volta costruite le nuove case non ci sarà nessun quartiere misto, ma i poveracci non riusciranno mai a tornare nelle loro strade, mentre New Orleans diventerà certo una città più bella e pulita, ma anche più bianca e ricca. Nessuno sembra tenere conto delle loro preoccupazioni.
Il centro della mobilitazione era, come la scorsa estate per il primo US social forum, Atlanta in Georgia. Qui hanno marciato in rappresentanza di associazioni di tutti gli Stati del Sud. Al centro delle preoccupazioni la vicenda dei senza tetto. In un Paese che ha appena scoperto di non aver imparato nulla dal Vietnam e di trovarsi in casa almeno 1500 homeless reduci delle guerre di Iraq e Afghanistan è un tema di grande importanza. I reduci iracheni stanno manifestando con frequenza preoccupante traumi psichici difficili. E il loro Paese – per usare la retorica americana – li lascia da soli. Dopo la parata, i fiori, gli abbracci, non resta che cercare un lavoro e una casa. Ma con l’economia in recessione, i ricordi di guerra e la delusione per come sta andando è facile finire per strada.
Emery Wright lavora a Project South ed è uno dei coordinatori del Social forum statunitense. Gli abbiamo chiesto di delineare alcune questioni su cui i movimenti americani intendono lavorare. «Saltiamo il tema della pace, è una questione generale, internazionale. Se parliamo di case popolari, ti posso dire che Katrina è solo la punta dell’iceberg. Ad Atlanta la gente viene sfrattata, non si costruisce più niente e quello che esiste si vuole privatizzare. La polizia usa metodi spiccioli con grande facilità e frequenza. Se si tratta di adolescenti afroamericani o di immigrati possiamo quasi parlare di consuetudine». Wright è un organizzatore comunitario ed è pronto anche a parlare di primarie ed elezioni. «Ne abbiamo parlato molto all’interno dei movimenti. Il processo poitico americano è strutturato male, non è abbastanza democratico. Per questo sappiamo che il nostro compito è quello di far rispondere gli eletti almeno per quel poco di buono che promettono in campagna elettorale. Chiunque sarà eletto, lo sappiamo, avrà bisogno di essere incalzato su ciascuno dei temi di cui ci occupiamo. Dai diritti dei migranti alla ricostruzione della costa di New Orleans».
Non sarà indifferente però se vince l’uno o l’altro. «Certamente no. E poi c’è il processo in sé che è importante. Noi lavoriamo nei quartieri per far andare la gente a votare. Far crescere la consapevolezza democratica dei più poveri di questo paese è uno degli elementi cruciali per cambiarlo. Per questo quest’anno stiamo organizzando una campagna per registrare 100mila persone al voto qui in città. E poi facciamo educazione sui temi. Se c’è un candidato – sto parlando anche di elezioni locali o per il Congresso – che parla dei temi ai noi cari lo facciamo sapere».
Già, la campagna di questi giorni: nonostante i candidati qualcosa la dicano anche, sembra essere guidata da altro. «I media principali si chiedono se i neri voteranno i neri, cosa faranno le donne e quanto i candidati si insultano a vicenda. Dei programmi, e in particolare di quella parte dei programmi che riguarda i più poveri, non si parla mai. In questo Paese la partecipazione al voto è bassa e spesso si fa di tutto per scoraggiarla. Noi lavoriamo anche perché non sia così».

Cina, in vigore la nuova legge sul lavoro
Più diritti anche nelle imprese occidentali
Silvana Cappuccio
Positivo il giudizio della Confederazione europea dei sindacati (Ces) e della Confederazione internazionale dei sindacati (Csi) sulla nuova legge sul lavoro, in vigore in Cina dall’1 gennaio 2008.
«Adesso occorre che le norme siano applicate immediatamente» dice John Monks, segretario generale della Ces, che nei mesi scorsi era intervenuto chiedendo alle camere di commercio europee di ritirare le loro proposte peggiorative del testo. Dal 1979, anno in cui la Cina ha aperto agli investimenti stranieri, più di 570mila imprese occidentali si sono stabilite lì e vi lavorano oltre 25 milioni di cinesi. L’approvazione della legge è stata preceduta da una complessa fase preparatoria, durante le quale le multinazionali straniere, soprattutto europee ed americane, hanno organizzato le loro potentissime lobbies per bloccare avanzamenti nelle tutele del lavoro, sostenendo che un eventuale aumento dei costi avrebbe compromesso la loro competitività. Ed anche nel periodo che è intercorso tra l’approvazione del testo legislativo, avvenuta a giugno del 2007, e la sua entrata in vigore, sono state tantissime le aziende che si sono date da fare per ricorrere a degli espedienti e tentare di eludere così la nuova normativa. Ad esempio, molte hanno tentato di licenziare e poi riassumere i loro dipendenti che avevano maturato un’anzianità in base alla quale avrebbero potuto avanzare dei nuovi diritti in forza delle nuove norme. Il sindacato cinese, l’ACFTU (All China Federation of Trade Unions) si è battuto con forza contro questa pratica, avvertendo le imprese di non provare a sottrarsi alle loro responsabilità e di accettare i termini di contratto più favorevoli ai lavoratori. Ha inoltre previsto un supporto legale per i lavoratori che vogliano agire in giudizio.
I sindacati europei sottolineano i molti punti di interesse nella nuova normativa, a partire dalla copertura che riguarda tutti i luoghi di lavoro, pubblici e privati. Questo è un aspetto importantissimo, perché significa avere finalmente creato le premesse per regolare la situazione di milioni di donne e uomini oggi sottoposti a pratiche di pesante sfruttamento nella maggior parte delle imprese private cinesi. Tutti i lavoratori devono avere un contratto scritto e se un imprenditore si sottrae a quest’obbligo, dopo un anno di lavoro qualunque rapporto si intende a tempo indeterminato. I lavoratori possono dimettersi con 30 giorni di preavviso e per qualunque ragione, ma non sono tenuti al preavviso se il datore è inadempiente nei loro confronti. La legge prevede delle sanzioni verso i funzionari che non fanno rispettare le norme sulla protezione della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Viene scoraggiata la pratica diffusa dei contratti a termine, essendosi stabilito che questi possono essere rinnovati fino a due volte, dopodiché il rapporto si intende a tempo indeterminato. Il mancato pagamento degli straordinari è sanzionato da penalità. Vengono introdotti una serie di limiti ai licenziamenti. Viene rafforzato il ruolo dei sindacati perché i datori di lavoro devono consultarli sui regolamenti aziendali, per la conclusione di contratti di lavoro e in caso di dismissioni per ragioni economiche. Vengono poi istituiti degli organismi di conciliazione in materia di lavoro a livello locale in tutte le parti della Cina, in aggiunta ai tribunali del lavoro.
C’è chi sottolinea che la legge approvata è meno efficace del testo inizialmente proposto e che le multinazionali straniere sono riuscite ad alleggerirne i contenuti. Altri la pensano diversamente. «Io non sono d’accordo. Guardiamo invece a quello che c’è. Gli immigrati ora hanno il diritto di ricevere un contratto scritto e, se le imprese non lo danno, spetta al datore l’onere della prova in caso di vertenza. Questo può concretamente migliorare la vita di milioni di immigrati. Inoltre è stato anche disciplinato per legge il contenzioso in materia di lavoro, in base al quale i lavoratori possono esigere il pagamento dei loro salari» evidenzia Carlos Polenus della Csi.
Negli anni scorsi contemporaneamente ai processi di privatizzazione e ristrutturazione di imprese statali è esploso un gran numero di contenziosi. Enorme è poi la quantità di cause per mancato pagamento di salari dovuti. Il Governo ha seguito due diversi binari di comportamento, alternando atteggiamenti conciliativi in alcuni casi a vera a propria repressione in altri.
Si è aperta una fase decisamente nuova anche per il sindacato cinese. La nuova legge offre gli strumenti per avviare delle vere contrattazioni tra sindacati e aziende. Se l’ACFTU non utilizzerà concretamente questa possibilità per migliorare le condizioni di vita e di lavoro della gente, verrà superato dagli eventi.
Secondo l’ultimo rapporto del China Labour Bulletin, pubblicato il 31/12/2007, negli ultimi due anni il movimento dei lavoratori ha assunto un rilievo via via più significativo nella società cinese. Ci sono ancora elementi di approssimazione e di frammentazione organizzativa, ma sta di fatto che gli immigrati, coloro che hanno perso il posto di lavoro e i dipendenti delle imprese ex-statali adesso vivono la stessa situazione in termini di emarginazione, povertà e sfruttamento, quindi sono accomunati dagli stessi obiettivi di giustizia e di riscatto.
Si prospetta una vera e propria sfida per il movimento sindacale cinese. L’ACFTU ha oggi la possibilità di rafforzare il proprio ruolo, promuovendo la legislazione del lavoro e rivendicandone l’applicazione, migliorando e tutelando lo status degli immigrati dalle campagne nelle città e dei licenziati dalle imprese privatizzate e sindacalizzando i lavoratori nelle aziende private.

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